Ammetto la sconfitta e le mie diverse qualità, non me ne vergogno. Mi vergognerei solo di non combattere e di provarci con tutto me stesso”.

“La mia esperienza con gli Insuperabili è iniziata esattamente un anno fa. Da settembre sono un’allenatrice dell’aerea psicoeducativa del gruppo Holly&Benji con un altro psicologo. Insieme collaboriamo con due figure che si occupano, invece, della parte tecnica.

Questo gruppo è costituito da adolescenti dei quali, gran parte, con un disturbo dello spettro autistico a diversi livelli di gravità. Ci sono degli elementi di base che li accomunano come la difficoltà a percepire prospettive differenti dalle proprie, a mantenere l’attenzione, a limitare i propri comportamenti disturbanti o fastidiosi per il resto della squadra, a rispettare le regole.

Nello specifico c’è chi ha maggiore difficoltà a gestire la rabbia per una sconfitta o chi non tollera la frustrazione; chi è più sensibile ai rumori o chi ha difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti; chi ha paura del contatto”.

Mentre la società rimane ancorata ai pregiudizi, c’è chi, in Italia, lavora al fianco di ragazzi coraggiosi che hanno fatto dei loro ‘problemi’ un punto di forza.

“Il progetto Insuperabili vede nelle diverse qualità di ciascuno dei ragazzi disabili, il loro punto di forza e si pone come obiettivo di andare oltre le credenze semplicistiche secondo le quali l’interazione, finalizzata ad un obiettivo, tra persone con disabilità è impossibile.

Per quanto si possa pensare che le persone con disturbo dello spettro autistico non siano adatte ad attività e sport di squadra, non siano in grado di comunicare ed interagire in un contesto di gruppo, gli “Insuperabili” hanno dimostrato l’esatto contrario: creando l’ambiente adatto, possono allenarsi assieme e, nei gruppi di livello più elevato, anche giocare assieme”.

“Sicuramente lavorare con loro non è semplice, soprattutto quando non conosci nulla di loro ma solo la diagnosi. Non sai come comportarti, se riuscirai a farli calmare o li farai agitare. Richiede tutta la tua attenzione. Devi metterti sempre in gioco, modificare le tue modalità di relazione sulla base dei loro modi di interagire. Devi accettare che talvolta manifestano degli atteggiamenti o diano delle risposte negative e che devi individuare la strategia adatta per farglielo comprendere e ridurre quel comportamento.

Allo stesso tempo, loro mi “riempiono” tutte le volte che riconoscono in me una figura per loro importante. Corrono per abbracciarmi, mi dicono di essergli mancata l’allenamento precedente. Quando segnano o fanno un passaggio ed esultano come Ronaldo, quando mi fanno gli scherzi o quando facciamo gli esercizi e mi rubano la palla perché sono più forti di me”.

Ma come si arriva a creare un ambiente in cui i bambini autistici riescano ad uscire dal loro mondo?

“In funzione dei diversi livelli di gravità, si utilizzano tecniche e metodi differenti. Affinché questo sia possibile, abbiamo previsto l’utilizzo di token, di storie sociali, di materiale specifico che può semplificare l’esecuzione degli esercizi. È inoltre necessaria una comunicazione semplice, diretta e differente con ciascuno. Il segreto è la definizione di obiettivi sia individuali che di gruppo.

La figura dello psicologo, in questo contesto, si mostra fondamentale nella formulazione di strategie utili ad ottenere una migliore prestazione nello svolgimento degli allenamenti, nell’osservazione delle dinamiche della squadra e dei singoli atleti, nella corretta comunicazione con essi e nella gestione delle difficoltà che si presentano”.

“Ciò che spesso accede sul web è la dimostrazione di quanto ancora siamo lontani dall’eliminazione del pregiudizio e della tendenza ad esprimere opinioni e valutazioni senza possedere le informazioni e le conoscenze adeguate. La storia ci ha messo di fronte all’evoluzione che la definizione di disabilità ha subito. Appare sempre più evidente la necessità di inclusione ed integrazione in ambito sociale, scolastico e anche sportivo. 

Questo evento spiacevole ci riporta a dover definire nuovamente che cos’è l’autismo. Ed è bene precisare che quando si parla di autismo è più corretto parlare di disturbo dello spettro autistico, vista la diversità che caratterizza ciascun individuo”.

Dal punto di vista legislativo siamo andati incontro ad un progressivo e graduale riconoscimento della disabilità in tutte le sue forme: dalla L. 170/210 specifica per i DSA, al D.M. 12.07.2011 per la chiarificazione dei BES fino a giungere al D. Lgs. 66/2017 volto a promuovere l’inclusione scolastica dei soggetti con disabilità.

Il disturbo dello spettro autistico non è una malattia, bensì un disturbo che può manifestarsi da solo o in comorbilità con altri (difficoltà motorie, reazioni affettive inadeguate, alterazioni delle funzioni istintive, difficoltà nell’attenzione ed alterazione delle funzioni intellettuali). Secondo il DSM V esistono due categorie di sintomi tipici che appaiono più o meno marcati a seconda del livello di gravità:

  1. Difficoltà nella comunicazione verbale e non verbale e nell’interazione sociale

L’utilizzo non corretto del linguaggio verbale, difficoltà nell’interazione interpersonale, fatica ad esternare i propri sentimenti ed a leggere quelli altrui, un’alterata sensibilità agli stimoli ambientali, l’utilizzo di una mimica facciale non appropriata al contesto, intolleranza ai cambiamenti;

  1. Comportamenti e/o interessi ristetti e ripetitivi

Stereotipe e/o ecolalie che possono ripetere in modo ossessivo.

 

Le strategie di intervento richiedono un approccio personalizzato che sia in grado di moderare le principali difficoltà dell’individuo, di individuare e rafforzare le capacità possedute senza rinunciare all’inserimento in un contesto sociale che può divenire fonte di confronto e di aiuto.


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